• The Grand Tour

    … o di come abbiamo preso molto, forse troppo seriamente la frase “ma perché, mentre c’è il Covid e non si può viaggiare all’estero, non ne approfittate per vedere un po’ l’Italia?”.

    Tra Febbraio e Marzo 2020 sono successe un po’ di cose. Il 26 Gennaio ci sono state le elezioni parlamentari in Perù. Il 13 Febbraio è uscito il nuovo film di “Sonic the Hedgehog”, pellicola che aveva già fatto parlare di sé per il discutibile design del riccio più veloce del mondo. Il 27 Marzo la Macedonia del Nord entra nella NATO come trentesimo membro ufficiale.

    Una di quelle sere da zona rossa, arancione, gialla, non ricordo.

    Poi, sì, c’è stata quella cosa che siamo stati in casa per un sacco di tempo, ci siamo sbizzarriti con dei colori assegnati alle regioni, avremmo ucciso per un panetto di lievito e per fare la spesa servivano due giorni lavorativi. Le penne lisce non le voleva nessuno.

    Siamo finalmente liberi, più o meno, con l’arrivo delle temperature più calde. Qualche aereo inizia a viaggiare ma per concedersi una vacanza all’estero servono permessi, tamponi, quarantene, ultima busta paga, un agnello e due righe scritte dai genitori. Insomma, impossibile. Inizia a farsi largo una frase, mi viene ripetuta come un mantra da tante persone: ma perché, mentre c’è il Covid e non si può viaggiare all’estero, non ne approfittate per vedere un po’ l’Italia?

    Sono rassegnato ad un’estate fatta di pomeriggi in piscine ( se apriranno ), magari qualche fiera di paese ( se le faranno ) oppure a crepare di caldo con qualche escursione ( se si potranno fare ). Poi un giorno, forse un martedì, come altri, mi arriva una telefonata dopo lavoro, mio cugino, mi dice qualcosa tipo: prendiamo la tua macchina cabrio e andiamo verso sud senza una meta precisa, senza prendere autostrade, senza prenotare nessun hotel, in pieno Agosto e per orientarci usiamo un vecchio stradario della Guida Michelin del 1998. Un’idea proprio orribile, assurda, senza senso.

    Quindi accetto.


    Venerdì sera, ho già lo zaino in auto, passo a prendere mio cugino e da Parma andiamo verso Sud, direzione Pontremoli, come primo giorno non vogliamo esagerare visto che partiamo a fine giornata. Questa prima parte poi è semplice, sono strade che abbiamo già percorso tante volte, non sarà sicuramente un problema e in men che non si dica saremo davanti ad un piatto di testaroli al pesto. Impossibile perdersi.

    Ci siamo persi, lo abbiamo capito arrivati davanti al cartello della provincia di La Spezia. Sta facendo buio. Abbiamo solo alberi attorno. La promessa di non usare il navigatore sta per venire meno ma lo stradario della Michelin ci aiuta a trovare Varese Ligure, che diventa la prima tappa.

    Il primo hotel dove andiamo capisce subito che siamo due pennuti da spennare, pazienza, accettiamo e cerchiamo qualcosa da mangiare ma ormai sono quasi le dieci. L’unico ristorante del paese, L’Osteria Du Chicchinettu, che ci fa sedere dice che purtroppo la cucina è in chiusura, riescono solo a farci un piccolo tagliere di formaggi, trofie al pesto e una bottiglia di Vermentino. Buon uomo, lei è il Re di tutti i Re.

    Grazie Varese per averci evitato di dormire in mezzo ad un bosco.

    A Pisa, città di cultura, buon cibo, piccole vie dove perdersi, secoli e secoli di arte. Noi vogliamo solo fare delle foto per prendere in giro le persone che si fanno fare foto dove sostengono la torre. Se le scatti inquadrando giusto è una cosa carina ( carina le prime sei o sette milioni di foto, poi anche basta dai ) ma se le scatti senza inquadrare la torre, senza il gioco di prospettiva, sembra di essere circondati da gente impazzita o di che si sente particolarmente nostalgica per un certo ventennio in particolare.

    Perché lo fate? Perché?

    Il Parco dei Mostri è una di quelle cose che sembra essere uscita dallo studio Ghibli e ti chiedi come sia possibile averla così vicino a casa. Per noi in questa circostanza, anche un rifugio dal caldo sempre più aggressivo.

    Sasageyo! Sasageyo! Shinzou wo Sasageyo!

    CIvita di Bagnoregio è una città che sta morendo, lentamente, come sciogliendosi sulla montagna dove si trova. Un po’ come noi due, visti i quarantadue gradi misurati e settantasette percepiti.

    Teatro di uno spiacevole evento che tutt’ora mi porto dietro con un rancore non indifferente. Siamo ancora in mezzo a quella cosa che ci aveva fatto stare in casa tanto tempo e mettere le mascherine. Devono prendere la temperatura con un termometro che misura direttamente dalla pelle del braccio prima di farci accedere al ponte che porta al piccolo paese arroccato sul monte. Il signore incaricato di questa misurazione prende la temperatura a mio cugino, un ragazzo talmente abbronzato che, anni dopo, verrà scambiato per una persona del posto in Marocco e Tunisia. Io non sono così, sembro la sua versione a colori invertiti, so di essere uno che non si abbronza facilmente e di avere una carnagione molto chiara. Però…

    Il gentile signore che sta prendendo la temperatura quel giorno si deve essere svegliato e aver scelto di far male a qualcuno perché quando è il mio turno mi prende il braccio e dice: “Dai, prendiamo la temperatura anche a Dracula quì…”

    Quel “Dracula” a volte fa ancora male. Ora vado a mangiare un po’ di carote.

    Campania, Vico Equense, un paese che non conoscevo ma che da primo impatto sembra stupendo, Questi marciapiedi che mostrano il mare in lontananza, la gente seduta ai tavolini dei bar a bersi il caffè, le pizzerie che iniziano a prepararsi per l’ora di pranzo. Sapete cosa invece non c’è a Vico Equense? Dei parcheggi.

    Quando finalmente ne vediamo uno che segna addirittura trentaquattro posti liberi ci sentiamo come dei vincitori di una lotteria per la quale avevamo comprato tutti i biglietti. Scendendo però abbiamo una brutta sorpresa, tutti i posti sono occupati, ci dicono che dovremmo parcheggiarla praticamente sulla discesa da dove arrivano le macchine, lasciare loro le chiavi che eventualmente la sposterebbero se ci fosse bisogno. Ci dicono che se non ci va bene possiamo anche andare via.
    Quindi andiamo via.

    Brave, lo scooter è una scelta decisamente più furba rispetto ad un’auto.

    Una piccola ma doverosa parentesi è quella riguardante la pizza che prendiamo. Siamo nella zona migliore al mondo per prendere la pizza e riusciamo comunque, in qualche modo, a sbagliarla. Ordiniamo una “Caprese” che è sotto la sezione del menù delle pizze ma che in realtà è una sorta di piadina con sopra, appunto, una caprese con mozzarella e pomodoro fresco.

    Oh, comunque buonissima come praticamente qualsiasi cosa mangiata in questa regione.

    Altra gente che ha pensato “ho una cabrio, posso fare un bel giro in macchina in costiera!”
    Copioni.

    Scendendo ancora c’è la costiera amalfitana. Ad oggi, devo ammettere, una delle cose più belle che ho visto in vita mia. Allo stesso tempo, in assoluto, senza dubbio alcuno, il peggior posto dove guidare.

    Eh ma adesso con l’IA lo so fare anche io!

    Ora inizia l’operazione di recupero, abbiamo un’amica in vacanza con i genitori a Capitello, la missione è passare una notte a Capitello, scroccare un posto letto ( e probabilmente una cena ) per poi ripartire il giorno dopo e risalire verso Nord passando dall’altra costa.

    La missione sembra compiersi con successo, recuperiamo la nostra amica, scrocchiamo effettivamente una cena, tentiamo almeno di sdebitarci offrendo il gelato e più o meno va così:

    “Abbiamo proprio voglia di un gelato dopo cena. Voi ragazzi volete un gelato?” Ci chiedono i genitori di lei.
    “Certo! Però almeno questo lo offriamo noi, va bene?” Rispondiamo speranzosi.
    “Non abbiamo più voglia del gelato In effetti siamo proprio pienissimi.” Non possiamo vincere.

    Quel muretto così pericolosamente vicino agli specchietti…

    Ripartiamo a fatica, con un passeggero in più e dopo aver toccato il punto più a Sud di tutto il viaggio, Maratea. Ora siamo diretti verso la regione che non nominerò perché non esiste.

    “Ma Fra, non sei stanco di queste battute sul fatto che questa regione non esiste?”
    “No. Andiamo avanti.”

    Troviamo un hotel che da fuori sembra bellissimo, una costruzione anni ottanta ma tenuta ancora molto bene con alti alberi davanti quasi a volerlo nascondere. Da fuori. Perché parcheggiamo nel loro parcheggio sotterraneo non custodito dove i led lampeggiano, c’è una perdita d’acqua che gocciola dal soffitto in un angolo vicino ad una betoniera per dei lavori in corso che sono in corso da tanto tempo. L’ascensore, probabilmente per coerenza di design, ha dell’acqua che gocciola dal soffitto che forma una piccola pozzanghera per terra.
    Quando finalmente ci sdraiamo a letto continuo a pensare alla macchina parcheggiata là sotto, è perfettamente accessibile dall’esterno e anche solo il parcheggio in sé dava l’idea di poter crollare da un momento all’altro. Mio cugino cerca di tranquillizzarmi.

    “Eh sono un po’ preoccupato per la macchina.” Gli dico.
    “Per la macchina? Ma va là! Non devi preoccuparti!” Mi risponde.
    “Ma senti, continui a dirmi di non preoccuparmi, te ce la lasceresti la tua macchina in quel parcheggio?”
    “Assolutamente no.”

    Alle due di notte sono sceso per vedere che fosse tutto a posto. Era tutto a posto ma la goccia che cadeva dal soffitto aveva formato un bel laghetto.


    Siamo in zone che non mi sarei aspettato di vedere. Il Gran Sasso è una vista incredibile, sei al Sud ma sei in montagna e non avevo mai associato queste due cose. Sono un uomo semplice: al Nord la montagna, al Sud il mare.

    Sembra che stia per piovere, vero? Infatti ha piovuto.
    Avevamo la capote aperta o chiusa? Aperta.

    Castelluccio di Norcia. Non ha davvero senso. Non è più questione di essere in montagna a Nord o mare al Sud, siamo su un altro pianeta. O comunque in qualcosa che ricorda tantissimo l’America.

    Va che bella la campagna… I prati… Il verde, gli alberi dai!
    Io sono anche abbastanza sensibile al verde.
    Eh, meno male.
    Guarda! Un gattino!
    *Onomatopea di un gattino che viene schiacciato*

    Dobbiamo risalire. Ma dobbiamo passare per le zone di Norcia, dove mangiamo tutto quello che si può mangiare e prendiamo tutto il caldo che possiamo prendere. C’è poi questa cosa che del terremoto del 2016 che ha colpito queste zone ne abbiamo sentito parlare molto da casa. Da lontano. Da Parma. Anche se non è così tanto lontano. E credi che ormai sia un ricordo, una cosa successa, risolta e ricordata per rispetto.
    Passiamo invece a delle case abbandonate, tenute insieme da lunghe travi di metallo per evitare ulteriori crolli. Dentro ci sono ancora i libri, i letti, i giocattoli, i piatti delle persone che ci vivevano. Poco più avanti case di fortuna, prefabbricati costruiti in tempi strettissimi per non lasciare famiglie per strada e che ci vivono ancora oggi. 41 000 sfollati, 388 feriti e 303 morti.


    Si sta tornando verso casa. Loreto è bellissima ma guidarci mi riporta subito la memoria a qualche giorno prima ad Amalfi. Iniziamo a sentire quella sensazione che si ha quando stai per finire qualcosa di molto bello e che è reso bello anche dal fatto che sta per finire.

    Ciccio, guarda che la discesa èffffinita.
    Ma dietro finisce dooopo.

    C’è spazio per le ultime battute sulle condizioni pietose della camera di albergo che abbiamo prenotato, con la doccia che puoi farla al massimo cinque minuti perché se no lo scarico non tira abbastanza e si allaga tutto il bagno, le lenzuola bucate ed il parcheggio inesistente.


    Però l’avventura.
    Il partire senza prenotare cercando l’offerta più vantaggiosa su mille siti diversi ad orari diversi.
    Perdersi immediatamente.
    Mangiare in piccoli ristoranti, bere ogni amaro che ci offrono.
    Seguire uno stradario di quasi vent’anni prima, perdersi ancora, rischiare gli specchietti della macchina.
    Chiedersi se quella è una puntura di zanzara o di una cimice dei letti.
    Vedere posti che non vedresti in nessun altro modo.
    Le nuvole.
    Il sole che da fastidio.
    La pioggia improvvisa.
    Chiedere quanto sia piccante un piatto per poi mangiarlo lo stesso.
    Bere quel bicchiere di amaro in più.

    Bravo, bravo. Bell’idea hai avuto, usciamo! Usciamo! Dove cazzo siamo finiti? Nel Wyoming?

    Un’altra cosa molto bella? Le biciclette che avevamo noleggiato per le ultime due notti a Riccione perché qualcuno ha ben pensato di rubarcele.

    P.S. Devo avere qualcosa di strano addosso perché questa è la seconda volta che noleggio una bicicletta e me la rubano.

    3 risposte a “The Grand Tour”

    1. Avatar Giulia
      Giulia

      Sto male. Mi hai portato indietro nel tempo, grazie Fra è stupendo

    2. Avatar Silvia Folli
      Silvia Folli

      Neanche da dire che la mia parte preferita era la Campania!
      Bravissimo Fra 🙂

    3. Avatar Cassa
      Cassa

      Bellissimo! Bello il racconto e ancora più belle le foto!

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  • Americana

    Anno 2004, forse 2005.

    Nessuno ha idea di cosa sia un iPhone. Stiamo tutti giocando a GTA San Andreas sulla Playstation 2. Dobbiamo scegliere tra la compilation blu e quella rossa del Festivalbar. Io sono in una casa nell’appennino parmense e arriva un messaggio sul Nokia 6600 che è in carica in cucina. Una suoneria strana, diversa dalla solita per gli sms. Un messaggio di mio fratello, un MMS.

    Una parentesi doverosa. Dobbiamo accettare il fatto che c’è una buona probabilità che chi sta leggendo non abbia idea di cosa sia un MMS. Trattasi di Multimedia Messaging Service, era un servizio disponibile su alcuni telefoni di quegli anni che permetteva di inviare immagini. Certo, lo so, oggi con i vostri smartphone non sembra una gran cosa ma vi assicuro che al tempo era un mezzo miracolo. Un costosissimo mezzo miracolo.

    Torniamo a noi. Un messaggio con una foto da mio fratello. Mio fratello in quel momento si trova lontanissimo. Una distanza, per il me stesso dodicenne, inconcepibile. Arizona. Il messaggio contiene poche parole ( si pagavano anche quelle ) e una foto dei tre più famosi pilastri della Monument Valley. Diceva: “Monument Valley, Arizona”.

    Non so bene come rispondere. Ho un misto di invidia e meraviglia e curiosità dentro. Guardo le montagne fuori casa, il telefono ha abbastanza carica, lo stacco ed esco. Cerco una montagna famigliare, scatto una foto con il Nokia 6600, creo un nuovo MMS, aggiungo la foto e scrivo: “Monte Pareto, Italia”.

    Monte Pareto, foto NON scattata con Nokia 6600

    Settembre 2022.

    Tutti sanno benissimo cos’è un iPhone. Stiamo tutti giocando a GTA 5, chi sulla Playstation 4, chi sulla 5. Il Festivalbar non esiste più da anni ormai. Io non sono a casa, sono in un gigantesco aeroporto di Londra e mi arriva un messaggio Whatsapp sul Sony XPeria XA1, ben carico nella mia tasca. Probabilmente mia mamma che chiede se siamo già arrivati. Il mio unico pensiero al momento però è di correre per arrivare in tempo al gate. Il volo da Bergamo è partito leggermente in ritardo causa nebbia ma non posso permettermi di perdere il volo per Los Angeles. Ho aspettato troppo tempo. Il Covid si è messo in mezzo. I soldi si erano messi in mezzo. In mezzo adesso è rimasta solo l’assistente di volo che, a gate tecnicamente chiuso, concede la grazia e mi fa salire.

    Ho il culo sudato ma è sull’ultimo, freddo sedile di un aereo che sta per attraversare l’Oceano Atlantico, poi tutti gli stati uniti ed infine atterrare in un aeroporto ancor più grande di quello a Londra: Los Angeles.

    La città degli angeli è come in GTA, meno le persone che si sparano per strada ( forse ). Il jet lag uccide. Sono le tre di notte, l’hotel non è lontano dall’osservatorio, pochi minuti di macchina, me la gioco. Scendo nel parcheggio dell’hotel e Los Angeles è talmente grande che nemmeno gli americani riescono a riempirla tutta, le strade sono vuote, e c’è ( quasi ) silenzio. Poco dopo essere salito in auto ed aver fatto retromarcia abbasso il finestrino, c’è un ospite nel parcheggio: un bellissimo cane che, come ogni volta che vedo un cane, vorrei accarezzare. Solo che non è un cane, è un coyote. Attaccano le persone? Non lo so. Non lo voglio scoprire stanotte.

    Foto dall’osservatorio Griffith, un ragazzo giapponese che, evidentemente, soffriva di jet lag come me.

    Las Vegas è proprio la città del peccato, meno male che tutto ciò che rimane a Las Vegas rimane lì. Anche i dieci dollari che ho dovuto dare a Lucky Luciano, una specie di cantante, attore, non ho ben capito ma che oggi, di Lucky, ha soltanto il nome e chiede di fare foto con turisti per la strip.

    Purtroppo non c’è altro da dire a Las Vegas. Ho perso cento euro in una decina di minuti al casinò, ho mangiato al White Castle per la prima volta e Lucky Luciano starà spendendo i miei dieci dollari in qualche bar.

    Lucky Luciano, ovunque tu sia, buona fortuna. So che ne avrai bisogno nonostante il tuo nome.

    Gli americani sono estremamente gelosi dei loro parchi nazionali. Arrivato allo Zion ne capisco bene il motivo. Il piccolo paesino si chiama Springdale, l’hotel si chiama Zion Pioneer Lodge, di sera si mangiano badili di costine alla salsa barbecue, più America di così proprio non riesco. Amore a prima vista. Lo Zion non ha senso da quanto è bello e Springdale è l’emblema della classica vacanza Americana degli anni sessanta, vengo da Los Angeles e Las Vegas, ora sono su Marte.

    Che poi, da piccolo, pensavo sempre che con “NO VACANCY” intendessero che non volevano gente in vacanza. Vallo a pensare che intendevano “AL COMPLETO”.

    Sono anche stato fortunato: ho vinto la lotteria per Angels Landing, uno dei percorsi di trekking più belli in assoluto in questo parco. Mi sono però dimenticato un dettaglio: quanto sono grandi gli Stati Uniti. Perché dal Nevada allo Utah, cambia l’orario, si va un’ora avanti, è mezzogiorno per me quando arrivo allo Zion, ma in realtà è l’una. Per quando era la prenotazione che non si può spostare in nessun modo? Esatto: per le dodici.

    Ripeto: più America di così…

    Il Bryce Canyon, lì per lì, non sembra nemmeno così interessante. Suggestivo, curioso, ma non qualcosa per cui attraverserei l’oceano. Poi si scende, all’interno del canyon. Ci sono gli alberi all’interno del canyon. Gli alberi… Quando realizzi di essere a circa trenta metri da quella che fino a poco prima era la superficie e sei di fianco ad un albero che arriva fino in cima, allora pensi che ne vale la pena di aver attraversato un oceano per vederlo.

    Cioè dai ma in che senso ci sono gli alberi in fondo al canyon? E arrivano fino in cima? Ma dai smettetela.

    All’ingresso del parco leggo una targa che sembra importante: il Bryce Canyon è uno dei parchi “Dark Sky”. Cielo scuro. Immagino parlino di com’è alla notte. Se fosse chiaro di notte mi preoccuperei. Se fosse scuro di giorno anche. Di notte vado con l’auto in mezzo al parco, prima di muovermi chiedo ad uno dell’hotel se è sicuro. Mi risponde di sì, a parte occasionalmente qualche scoiattolo che può dare fastidio o far prendere paura. Carino, penso io. Magari c’è anche qualche falco pellegrino che gira ma di notte difficile vederlo. Peccato, penso io. A volte, ma è molto raro, si possono incontrare dei puma. Cosa?

    Niente scoiattoli, niente falchetti, di puma, per fortuna, solo quelle che avevo ai piedi.

    All’Antelope Canyon c’è caldo. Fuori. Dentro hanno l’aria condizionata come hanno da tutte le parti in America: pericolosamente bassa. L’Horseshoe Bend, chiamato così perché è una zona piena di cavalli ( non è vero. non ne ho visto nemmeno uno. No, forse uno sì ma era lontanissimo. – n.d.a ), è una di quelle cose che ti sembrano banali, che viste in foto è abbastanza, finché la foto non la fai tu.

    In bianco e nero mi sembra faccia meno caldo di quello che c’era.

    Tornando all’Antelope la guida è talmente preparata che indica a tutti le angolazioni migliori per fare le foto, riesce anche a trovare il tempo di fare un mini tutorial su apertura, tempo di scatto ed ISO per chi non ne sa nulla. Uno del posto.
    Gli chiedo se fa sempre così caldo.
    Risponde che settimana scorsa non faceva così caldo, anzi pioveva fortissimo.
    Ah, interessante almeno ci sarà stato un po’ più di fresco.
    Mi risponde: no, è stato un casino, quando piove qui si allaga tutto e non possiamo fare le uscite come questa.
    Chiedo se può piovere così tanto in un deserto.
    Mi risponde che ci è morto qualcuno con la pioggia di settimana scorsa.
    Ah.

    Scegliere una delle foto tra tutte quelle fatte all’Antelope è stato davvero difficile.

    La Monument Valley sarebbe da raccontare in questo punto ma la rimandiamo a dopo per scopi narrativi.

    Il Grand Canyon. Un uomo saggio una volta disse che per un uomo è consentito piangere solo in due momenti: ai funerali e davanti al Grand Canyon. A me, personalmente, viene da piangere solo quando mi rendo conto che per un disguido devo ancora pagare la seconda notte in hotel quando pensavo di aver già pagato tutto. Di notte anche qui si dovrebbe riuscire a fare qualche foto interessante, se non fosse per la più grande nuvola fantozziana mai registrata che copre completamente il cielo per almeno tre stati. Per il resto, andare in queste zone e non andare al Grand Canyon è un po’ come andare a Roma e non mangiare la carbonara.

    Oh, per essere grand è grand. Non fanno la carbonara però.

    Il finale è rapido ma non indolore. Dovrei fare un pezzo di strada che, secondo i miei calcoli, non dovrebbe essere troppo pesante o particolarmente lungo. Secondo i miei calcoli. Dio come sono scarso in matematica. Quasi quattrocento chilometri nel deserto con l’auto che forse non ha abbastanza carburante. Il telefono non prende, qua non prende nemmeno il Nokia 6600. Ci sono delle colonnine a bordo strada per le emergenze, mi guardano ed io le guardo una per una. La prima stazione di servizio, con il prezzo della benzina al triplo del normale sembra quasi un miraggio. Piccolo problema che mi costringe ad una sosta urgente al bagno ( non è vero, era stato un grosso, enorme problema. – n.d.a. ) ed un tizio che nel parcheggio della stazione di servizio mi chiede se voglio comprare alcolici, mi chiede solo venti dollari per una bottiglia di bourbon, da me riceve solo uno sguardo confuso. C’è anche una specie di dogana, non credevo ci fossero. Mi fermano e, come sempre quando sono al volante ed un’agente di una qualsiasi forza dell’ordine mi parla, sono preso dall’ansia come se fossi Pablo Escobar fermato al confine. Mi chiedono solo se trasporto delle mandorle. Prosegue la confusione iniziata con il tizio di prima e per fortuna proseguo anche io verso Los Angeles dove riprenderò il volo di ritorno.

    L’inferno là fuori.

    Una piccola sosta in uno di quei paesini lungo la Route66. Una di quelle cose che devo fare assolutamente da quando ho visto il primo film di Cars al cinema nel 2006. Colazione americana, uova, bacon, ketchup, caffè nero, musica country, dei camionisti fermi con lunghi baffi e vestiti che non cambiano da qualche giorno. Capisco perché l’America piace così tanto. In posti come questo ti senti come nella cucina dei tuoi genitori da bambino e guardi i cartoni alla televisione prima di andare a scuola. La tosse dei camionisti è come quella di vostro padre al mattino. Le lamentele delle cameriere sono le stesse di vostra madre quando vi diceva che state facendo tardi per l’autobus.

    “Life is an highway” è una canzone dei Rascal Flatts famosa per essere nella colonna sonora del film “Cars” della Disney. Brano originariamente composto da Tom Cokr… Cocrein… Cochrin, insomma cercatevelo su google, è nelle mie playlist da quando si girava ancora con i lettori mp3 e scaricavo le canzoni da eMul… iTunes, da iTunes!

    Rientro a Los Angeles. Hotel, sulla carta, bellissimo, di una nota catena internazionale, di cui non farò il nome perché era uno degli hotel più orribili che io abbia mai visto. Cena in un piccolo fast food lì vicino. Un ultimo assaggio di quella parte strana che adoro di Los Angeles: un tizio entra nel fast food, ha uno zaino enorme, ordina da mangiare, chiedono se vuole da bere, dice di essere già a posto. Si siede. Dallo zaino estrae una enorme borraccia da dieci litri di acqua, almeno spero. Il tempo di finire il menù normale che ha ordinato e la borraccia è a metà. Io invece sono alla fine. Vado a letto.

    Il mattino seguente restituisco l’auto. Vado in aeroporto così tanto tempo prima da non voler dire quanto per vergogna. Mi aspettano tante ore sopra l’oceano. Qualche altra ora sopra l’Europa. Infine un paio d’ore per tornare a casa.


    Guardo i tre pilastri della Monument Valley. Scatto una foto con il Sony XPeria XA1, la mando a mio fratello senza costi aggiuntivi con scritto: “Monument Valley, Arizona”.

    Mi risponde poco dopo con un messaggio, c’è anche una foto. Dice: “Monte Dosso, Italia”.

    2 risposte a “Americana”

    1. Avatar Cassa
      Cassa

      Racconto bellissimo! Viene voglia di partire subito, o forse siamo stati lì grazie al tuo racconto!

    2. Avatar Silvia
      Silvia

      Da rileggere mille volte.
      La tua scrittura è fluida e le descrizioni dei luoghi sono davvero vivide. Mi hai fatto venir voglia di pianificare un viaggio simile!

      E le foto belle belle belle davvero.

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